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Black Hat SEO: il lato oscuro della SEO

Al giorno d’oggi, chiunque abbia intenzione di promuovere la propria attività su internet necessita di pubblicità e visibilità. Queste sono ottenibili mediante un corretto “posizionamento” all’interno dei motori di ricerca come Google, garantendo quindi un ritorno positivo per il proprietario. Vi sono diversi modi per ottenere maggiore visibilità: creare contenuti stimolanti e di alta qualità, investire in sponsorizzazioni pubblicitarie e, purtroppo, sfruttare i codici a proprio vantaggio per imbrogliare la rete grazie alla Black Hat SEO.

Il punto debole dell’algoritmo

Per capire meglio come funziona questo fenomeno, spiegheremo brevemente il sistema alla base di un motore di ricerca. Quando scriviamo qualcosa su Google, esso effettua calcoli rapidi e complicati per venire incontro alla nostra richiesta: in pratica mette insieme parole chiave e concetti per darci una quantità di risultati il più possibile vicina a quello che volevamo trovare.
Nei suddetti risultati sono presenti articoli, immagini e video pertinenti alla nostra ricerca. Facciamo un esempio pratico: cercando “torta di mele” compaiono circa 16 milioni di corrispondenze, in cima alle quali troviamo vari siti di ricette. I primi risultati sono generalmente i più adatti alle nostre esigenze.

Se da un lato le parole chiave ripetute più di una volta in un testo sono un ottimo modo per rendere il proprio elaborato più visibile, allo stesso tempo è possibile “spammare” letteralmente la stessa parola in un unico articolo, ripetendola più volte e persino nascondendola dietro ad uno sfondo non visibile. Automaticamente, il motore di ricerca identificherà quella pagina come maggiormente rilevante e tenderà a farla salire in cima alla lista di risultati, dando visibilità a contenuti spesso di bassa qualità.

Questo fenomeno si chiama appunto spamdexing (da spam + indexing). Esistono persone che di questo fenomeno hanno fatto una professione, studiando approfonditamente gli algoritmi e trovando numerosi modi per sfruttarli. In questo modo, è per loro possibile alterare la SEO di un testo in maniera massiccia e aumentarne la visibilità sui motori, trasformandola quindi in quella che viene definita Black Hat SEO.

Conseguenze e contromisure

Fortunatamente, i programmatori sono a conoscenza di queste tecniche subdole per alterare i risultati e hanno già da tempo organizzato una campagna di analisi e controllo. Grazie anche alle segnalazioni dei singoli utenti, un motore come Google è quasi sempre libero da articoli o testi indesiderati; esso infatti tende a mantenere i risultati migliori in prima pagina, spostando in terza e quarta quelli più a rischio. Questo vale anche per i risultati meno pertinenti, ma correttamente indicizzati.

Ci sono stati anche casi di siti o articoli pesantemente banditi dalla rete poiché sospettati di aver adoperato Black Hat SEO. E’ stato il caso del sito BMW, bannato nel 2006 per avere usato delle Doorway Pages (pagine di rimando/refresh) al proprio portale. Questa tecnica è ancora molto diffusa.

Al momento, la legge non presenta una normativa definita per punire questo fenomeno. Non esiste una sanzione pecuniaria per chi fa uso della Black Hat SEO a scopi pubblicitari. Viene punito solo l’utilizzo per la diffusione di strumenti, link e siti potenzialmente nocivi. E’ anche vero però che utilizzare questa tecnica danneggia pesantemente i suoi fruitori a livello di popolarità.

Tipologia di Black Hat SEO

Come anticipato, vi sono numerosi modi per alterare la SEO a proprio vantaggio. Molti  di questi metodi sono basati sullo spam e persino sull’inserimento di link secondari e potenzialmente malevoli. Vediamo insieme quali sono i più utilizzati.

  • Testo nascosto: il modo più semplice per mascherare una SEO alterata è nascondere le parole chiave dietro un layer o uno sfondo, in modo che venga comunque rilevato come corpo del testo, seppur non visibile all’utente;
  • Doorway Pages: simili alle pagine di pop-up, si tratta di strumenti utilizzati da un sito per fare pubblicità ad un altro, spesso creando numerosi fastidi a chi sta navigando;
  • Hidden Link: uno dei sistemi più utilizzati. A differenza del testo nascosto, questa tecnica crea dei layer aggiuntivi all’interno di un sito o di un articolo, in modo da aprire una nuova finestra. Spesso si tratta di processi talmente veloci da non dare tempo all’utente di reagire in maniera appropriata.

Oltre a segnalare prontamente il sito incriminato al motore di ricerca su cui è comparso, è bene fare uso di applicazioni aggiuntive come gli ad-blocks (blocca pubblicità) ove possibile. Questi prevengono l’apertura di pagine indesiderate e nascondono fastidiosi o invasivi annunci pubblicitari inseriti nella Black Hat SEO.

 

A cura di

Francesco Antoniozzi


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