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Cancel Culture: cos’è

Cancel Culture: cos’è

Ti cancello, ti blocco, ti elimino. Come se si potessero eliminare una persona e le sue azioni con un semplice clic o a comando. Eppure, la dittatura del politicamente corretto ha reso proprio questo fenomeno un modo di agire. Lo scorso anno, il termine “cancel culture” è persino entrato nell’enciclopedia Treccani come neologismo.

La cosiddetta cancel culture è al centro di un acceso dibattito sul politicamente corretto e sulla libertà d’espressione: dalle gaffe delle star, alla rimozione delle statue dei colonialisti, fino anche all’episodio tutto italiano della statua imbrattata di Indro Montanelli. È giusto cancellare immagini, eventi, manifestazioni ecc. di elementi discriminatori o offensivi, non solo nel passato, ma anche nel presente?

Cancel culture o boicottaggio?

L’enciclopedia Treccani definisce la cancel culture come:

atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualcosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento.

Non si tratta però di un semplice boicottaggio: la pratica non si esaurisce in una mera presa di posizione collettiva nel decidere di non acquistare capi di un certo brand, non vedere i film di tale regista o non comprare il libro di un certo autore per protesta. In questo caso si fa una richiesta esplicita, solitamente via web, o si fanno pressioni affinché tali vestiti, libri o film non siano più reperibili in commercio o fruibili in alcun modo, affinché vengano appunto cancellati.

La conseguenza è che molti accolgono a priori queste richieste senza ulteriori indagini, spinti dalla paura di non riuscire a sostenere le accuse. A differenza del boicottaggio, queste richieste possono essere fatte da chiunque: proprio per questo motivo il mezzo di circolazione principe della cancel culture è proprio quello dei social media.

Ne sono un esempio il caso di Woody Allen accusato di aver violentato la figlia adottiva Dylan, le accuse di molestie sessuali rivolte al produttore cinematografico Harvey Weinstein e ai comici Aziz Ansari e Louis CK. Nel mondo dell’editoria ha creato scalpore la mancata pubblicazione della biografia di Philip Roth a seguito delle accuse di molestie rivolte al biografo Blake Bailey.

Ma tutto ciò non riguarda solo il mondo dello spettacolo: anche nel mondo accademico si parla di cancel culture. A catturare l’attenzione è stata la vicenda del professore sospeso da un college californiano per aver spiegato durante una lezione il significato di un intercalare cinese (nei ge) dal suono estremamente simile alla n-word.

Ciò che risulta problematico è stabilire, di volta in volta, un confine netto tra ciò che è realmente inaccettabile o e ciò che invece rientra nella libertà di espressione individuale, ciò che urta la sensibilità di qualcuno e vere accuse testimoniabili.

La lettera di Harper’s Magazine

Quella che sembra essere la causa che ha acceso il dibattito è la lettera aperta sulla libertà di parola firmata da circa 150 intellettuali e accademici (tra cui Noam Chomsky, Salman Rushdie e J.K. Rowling, solo per citarne alcuni) pubblicata sulla rivista americana «Harper’s Magazine nel luglio 2020».

La lettera in questione condanna la cancel culture tacciandola di ostracismo alla libertà di espressione e al diritto di sbagliare.

Rifiutiamo ogni falsa scelta tra giustizia e libertà che non possono esistere l’una senza l’altra. […] Dobbiamo preservare la possibilità di un disaccordo in buona fede.

Sebbene in maniera un po’ maldestra, gli scrittori condannano la cancel culture in quanto tentativo estremista di una dittatura del politicamente corretto a tutti i costi. Tuttavia, la lettera ha ricevuto un’ondata di critiche generale. Gli accademici firmatari vengono accusati principalmente di essere dei privilegiati che si sentono in dovere di lanciare questo tipo di accuse perché mai veramente “cancellati” da qualcosa.

Anche la democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha criticato il fatto che questa accusa sia stata mossa da personalità mainstream senza tenere conto di giornalisti che sono stati realmente marginalizzati dalla stampa tradizionale. Infine le ultime critiche rimproverano la goffaggine delle accuse in quanto mescolano nozioni di intolleranza, pubblica umiliazione senza mai citare episodi di reale censura.

Woke culture: l’importanza della consapevolezza

A questo punto verrebbe da chiedersi: la cancel culture si riduce a una semplice messa a tacere delle opinioni impopolari o è un procedimento legittimo? Dal dibattito emerge che sia diventata uno strumento di attivismo politico in mano ai giovani, soprattutto statunitensi, per rivendicare, spesso anche in maniera superficiale, episodi di discriminazione e intolleranza di ogni tipo.

A tal proposito, questa tendenza si può ricondurre al capitalismo woke (“consapevole”) e quindi alla tendenza a risolvere i problemi eliminandoli alla radice, cancellando e boicottando invece di cercare un dialogo risolutore.

Verso un linguaggio più inclusivo

Ne consegue che chi è in una posizione di rilevanza sia spinto a filtrare maggiormente ciò che dice evitando gli argomenti più spinosi a discapito di un dialogo aperto e produttivo. Tutto questo per evitare di incorrere nella pubblica umiliazione e a ingiuste sanzioni per aver espresso delle opinioni ritenute all’apparenza controverse.

A questo punto non servirebbe una maggiore educazione a un linguaggio pubblico più inclusivo? Chi appartiene al mondo dei media dovrebbe sensibilizzare il pubblico spiegando le ragioni che stanno dietro al politicamente corretto e educarli all’uso di un nuovo linguaggio più rispettoso. Così facendo potrebbe aprirsi una nuova via per un dibattito costruttivo dove ognuno può esprimere correttamente le proprie opinioni senza ledere la sensibilità altrui.

Sembra aver trovato un punto l’attivista afroamericana Loretta Ross che, nella sua definizione di cancel culture ha affermato: “le persone cercano di espellere chiunque non sia perfettamente d’accordo con loro piuttosto che rimanere concentrate su chi trae profitto dalla discriminazione e dall’ingiustizia“.

In conclusione, dovremmo dunque dirigerci verso l’adozione di un dibattito più inclusivo, con il giusto linguaggio, facendo più chiarezza nella mente di chi ascolta, ma anche di chi parla che sempre più spesso ha timore di esprimere le proprie opinioni per paura di essere frainteso e talvolta preferisce astenersi del tutto dall’esporle.

 

A cura di

Giorgia Simonetti


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