di Massimo Fabbri
LA DIAGNOSI SENZA GUARIGIONE
È ormai un dato di fatto: i social media sono sistematicamente sottoposti a specifiche regolamentazioni governative che influiscono in modo mirato sulla loro fruibilità. Un dato sotto gli occhi di quegli stessi utenti che impegnano, nonostante tutto, non poco del loro tempo a “sfogliare” miriadi di contenuti dalle diverse piattaforme.
Dichiarazioni senza filtri accompagnate da parole altisonanti sembrano suggerire una nuova realtà. Il pubblico sarebbe ormai a conoscenza degli effetti a lungo termine di un utilizzo incontrollato dei social. Viene così proclamato l’inizio di un’era: quella del risveglio sui social. Non servono moniti o previsioni da parte di sedicenti profeti dell’era digitale. La consapevolezza è già approdata nelle nostre coscienze.
Abbiamo aperto gli occhi, non siamo più ignari dei rischi connessi al fenomeno. Eppure, malgrado la conoscenza delle “controindicazioni” pubblicamente riportate, ci sono prove evidenti di una dipendenza consapevole. Il fallimento del cosiddetto “risveglio” non può essere unicamente ascrivibile all’ignoranza di un “foglio illustrativo” del quale nessuno era a conoscenza.
L’inchiesta interna a Meta e i rischi per la salute mentale
“IG (Instagram) è una droga… siamo praticamente spacciatori”. È quanto emerge da una chat interna tra alcuni dipendenti di Meta in relazione ad un’inchiesta giornalistica guidata dalla CNN tra la fine del 2021 e il 2022.
L’indagine è esplosa dopo la fuga di documenti interni all’azienda che riportavano studi condotti dai ricercatori sulle funzionalità e i rischi connessi all’utilizzo prolungato del social. Tra questi, la comparsa di dipendenze digitali (addiction) e criticità comportamentali, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti.
Nonostante la volontaria omissione da parte dei vertici dell’azienda – accusati per questo di occultamento doloso – l’opinione pubblica è comunque venuta a conoscenza delle controversie messe in evidenza. Ma in ciò risiede l’aspetto paradossale della questione.
I media offrono al pubblico la possibilità di diagnosticare il male scaturito dall’abuso e allo stesso tempo l’illusione di avere a portata di mano gli strumenti necessari per poterlo curare. Non a caso, il Surgeon General ha proposto formalmente al Congresso l’introduzione dei bollini (poiché negli USA serve l’approvazione legislativa per imporli), sulla falsa riga degli avvisi stampati sui pacchetti di sigarette.
Esattamente come la dipendenza dal fumo, ogni Stato può offrirci bugiardini istituzionali tramite patologie certificate, ma non per questo anche il rimedio contro il sollievo “nicotinico” di uno scrolling compulsivo.
IL DEMONE DELL’ASSUEFAZIONE: PERCHÉ L’INTELLETTO PERDE CONTRO I SOCIAL MEDIA
Durante una sua battaglia mediatica e legale contro il colosso Meta, la psichiatra di Stanford Anna Lembke indica la dipendenza dai social media come “l’uso continuativo e compulsivo di una sostanza o di un comportamento nonostante il danno a sé stessi o agli altri.”
Accusando la Big Tech di essere a conoscenza dei pericoli annessi, la psichiatra ha anche dichiarato che difficilmente le persone sarebbero in grado di identificare in maniera del tutto autonoma una dipendenza dai social media, ragion per cui avrebbero bisogno dell’ausilio di un terapeuta esperto per diagnosticarla.
Il ruolo della comorbilità e della cura dopaminergica nei social media
Visione clinica quest’ultima che, tuttavia, non tiene conto delle simbiosi esistenti tra una pluralità di fattori scaturiti da più cause che tendono a rafforzarsi reciprocamente, come viene a dimostrare il concetto della comorbilità.
Basta pensare alle criticità che favoriscono l’aumento delle dipendenze indicate, come solitudine, vuoto esistenziale e depressione; tutte condizioni che preparano il terreno per l’immersione “no stop” nel digitale da parte dell’utente al fine di produrre effetti compensativi, una cura dopaminergica temporanea, che lenisca il dolore provocato da stati d’animo preesistenti.
Parliamo così di un vero e proprio cortocircuito biologico, in cui la volontà di fuggire dalla propria realtà porta a desiderare l’assuefazione da scrolling, nonostante l’evidente precarietà data dalla sensazione di sollievo contro il disturbo originario.
Il vero incubo per i social addicted nel quadro clinico è rappresentato più d’ogni altra cosa dall’astinenza forzata: più si ricevono stimoli, più si avverte il bisogno di riempire un vuoto claustrofobico attraverso l’utilizzo attivo e pervasivo dei nostri smartphone.

L’INGEGNERIA DEI SOCIAL MEDIA E IL RECINTO VIOLATO
Gli algoritmi social sono costantemente al lavoro per noi: generano contenuti magnetici per garantire e mantenere un coinvolgimento (engagement) a livelli ottimali.
Come? Offrendo all’utente un segmento di realtà online fatto su misura, in cui è possibile rimanere senza impegni – da un punto di vista puramente mentale – permanentemente connessi. Insomma, siamo dentro un’architettura dell’assuefazione che ci abitua ad entrare in contatto con una dinamica dell’appagamento che da noi richiede unicamente una sola cosa: presenza.
Questo spiega perché molte persone, in primis target generazionali come Millennial e Generazione Z, vedono nel processo di engagement un insostituibile deterrente contro le conseguenze deleterie della solitudine.
Ma tra gli effetti collaterali presenti nel “bugiardino istituzionale” non vengono specificate singole categorie generazionali verso le quali i rischi noti hanno un impatto maggiore: ogni utente indipendentemente dall’età è potenzialmente soggetto ad alterazioni sul piano non solo emotivo e comportamentale ma addirittura educativo.
Il caso YouTube Kids e la fidelizzazione dei minori
Controversie simili toccano a tal proposito anche YouTube, colosso mediatico atipico nel contesto dei social media, il quale offre contenuti di vario genere capaci di coinvolgere target d’età diversificati.
La propaganda mediatica contro i social ha messo al centro un’indagine condotta da due attori sulla scena sociale e politica come il Senato degli USA e la FTC (Federal Trade Commission), i quali hanno messo in luce inquietanti problematiche legate al frequente utilizzo della piattaforma YouTube Kids.
Il principio è il medesimo: legare il proprio audience di riferimento con strategie di fidelizzazione che possono all’occorrenza sfociare nella visualizzazione di video appositamente selezionati dall’algoritmo – sulla base di visualizzazioni, like e share – che aggirano la barriera dei filtri, intesi dagli adulti come una sorta di “recinto protetto” per tenere alla larga bambini e minori da un utilizzo non sano dello strumento digitale.
Tuttavia, il cuore del problema riguarda anche il “recinto” stesso, vale a dire il feed come spazio edificante al cui interno rientrano contenuti che fungono da diversivi iper-stimolanti per bypassare possibili momenti di noia in cui la passività, a lungo andare, rischia di degenerare in forme di depressione anche in piena età infantile.
Non è un caso che alcuni articoli stigmatizzino il fenomeno con titoli che ne esaltano le storture intrinseche, etichettandolo come “Un parco giochi digitale per il diavolo”.
Anche laddove si cerca di rendere questi ambienti digitali spazi con funzionalità a scopo educativo, si cela nella sua forma embrionale il demone dello scrolling privo di freni inibitori. Essendo lo smartphone un surrogato a tutti gli effetti di attività ritenute altrettanto educative, non esistono dubbi che il paradiso dell’intrattenimento risulti apparentemente “un’autentica boccata d’ossigeno” tanto per i bambini quanto per gli adulti che ne beneficiano.
LA GRANDE ILLUSIONE DEL RISVEGLIO
Già in epoca ottocentesca, Charles Baudelaire nei suoi scritti descriveva l’utilizzo consapevole di sostanze stupefacenti come un bisogno viscerale, irresponsabile ma al contempo vitale, nonostante la condanna alla quale queste legano chiunque sia perennemente in fuga dall’irrequietezza, dalla noia o dall’insoddisfazione cronica. Mostri destinati ad apparirci sempre più grandi man mano che consumiamo.
Come osservò il drammaturgo francese Jean Cocteau nel suo scritto Oppio. Diario di una disintossicazione, dinanzi alla chimica la nostra mente razionale diventa completamente impotente, poiché il nostro corpo reclama in maniera pressoché morbosa la sua dose abituale di oppiacei.
Il paradosso tra consapevolezza e libertà digitale
Una dinamica speculare al problema del social addicted, vittima impossibilitata nell’interrompere risolutivamente il circolo vizioso nel quale è imprigionata, e la cui mente è incapace di abitare altri spazi che non prevedano una massiccia dose di scrolling giornaliero.
Il più grande fallimento del “risveglio” digitale risiede in una credenza di massa che forse i media e l’opinione pubblica danno fin troppo per scontato, vale a dire la coincidenza tra consapevolezza e libertà.
Un’etica volta a sensibilizzare il pubblico di fronte alle ripercussioni in termini psicologici e relazionali che una nostra presenza portata a oltranza nel digitale produrrebbe, finirebbe con il risuonare ancora una volta come un corollario retorico in cui viene già assume che alla premessa – la presentazione del problema – si accompagni automaticamente la cura, soluzione definitiva.
“Siamo tutti informati, ergo siamo fuori pericolo”. In questa parvenza di ottimismo si fonda l’infondatezza della nostra lucidità dinanzi alla problematica.
Fonti:
Shaping Europe’s digital future
Credits:
Immagini generata dall’IA