Culture Against Digital Hate

Cyberstalking e musica: cultura vs. stalking

Si chiama cyberstalking e consiste nel molestare qualcuno mediante comunicazione sui social network, e-mail o messaggi diretti. Non è che l’ennesima versione, permessa dall’avvento di Internet, dello stalking, ovvero di un insieme di comportamenti persecutori ripetuti, adottati da una persona nei confronti della propria vittima. Ansia, disagio, timore per la propria incolumità: le sensazioni descritte sono molte, e tutte tra di loro simili.

Il reato di stalking entra nel Codice Penale italiano nel 2009, molto più tardi di quando, effettivamente, il fenomeno abbia cominciato a diffondersi. Nel 2016 l’Istituto Nazionale di statistica ha pubblicato un’indagine concernente le donne vittime di atteggiamenti di persecuzione: ad averli subiti almeno una volta nella vita, secondo i dati, sono state più di tre milioni di italiane. I colpevoli sono ex partner, ma anche (tra l’altro in misura eguale) semplici conoscenti o perfetti sconosciuti. La modalità prevalente, prima e dopo Internet, resta quella delle telefonate o dei messaggi insistenti. Così lo stalking diventa reato.

La reazione necessaria, per quanto difficile, sta nella forza di denunciare. In musica, denunce coraggiose non sono mancate, sia prima e dopo le leggi, sia prima e dopo il web e la variante del cyberstalking – e l’educazione civica digitale in quest’ultimo caso aiuta moltissimo -.

Cyberstalking e musica

Blondie, One way or another

È il 1979 e il singolo dei Blondie One way or another raggiunge la posizione numero 24 nella Bilboard Hot 100. Una canzone orecchiabile, dal ritmo vivace, che ben si presta a essere ripresa o ricantata all’interno di film e serie tv, da Veronica Mars a Le ragazze del Coyote Ugly, fino alla recente cover realizzata dalla boy band One Direction.

In realtà, dietro una melodia allegra e ballabile, si nasconde un testo inquietante. Debbie Harry, front-woman del gruppo, lo scrisse infatti adottando le parole e il punto di vista di uno stalker, che “in un modo o nell’altro” avrebbe cercato di fare propria la donna perseguitata.

One day maybe next week, I’m gonna meet ya’
I’ll meet ya’ ah
And if the lights are all out I’ll follow your bus downtown
See who’s hangin’ out

La hit sarebbe nata da un evento personale e decisamente poco piacevole e iniettata poi di brio e leggerezza per un puro “meccanismo di sopravvivenza“. La cantautrice ha dichiarato infatti a Entertainment Weekly di essere stata molestata da un pazzo. Il termine “stalker” non era allora di uso comune: si preferiva considerare un uomo di questo tipo strambo, se non vittima egli stesso di disagio mentale, più che un reale pericolo. Siamo molto lontani dall’accusa di reato.

Eppure, non mancava la denuncia, aggressiva come solo una hit musicale può esserlo. Dopo telefonate a ogni ora, minacce e inseguimenti da parte di un ex fidanzato all’apparenza normale, Debbie Harry canta One way or another, e lascia il New Jersey.

Sarah McLachlan, Possession

L’argomento stalking è delicato, anche in musica.  Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta. Se con l’avvento di Internet le dinamiche si sono sicuramente ampliate ed evolute con il fenomeno del cyberstalking, non sembrano mutare invece le modalità di contestazione.

Nel 1993, la cantante canadese Sarah McLachlan, nota per la splendida voce da mezzo-soprano, scrive Possession. Nel brano l’artista, in modo simile a Debbie Harry, assume il punto di vista di un uomo ossessionato da una donna.

Per la stesura di Possession la cantante dichiarò di aver tratto spunto dagli atteggiamenti di due fan squilibrati, che sostenevano, inventando, di avere avuto una relazione con lei. In particolare, il canadese Uwe Vandrei, dopo aver inviato alla McLachlan una serie di poesie d’amore, l’avrebbe accusata di servirsene nei suoi brani senza citarlo. Ma non ci fu nemmeno il tempo per un processo: Vandrei si suicidò nel 1994.

L’amore ai tempi di Facebook: quando è cyberstalking?

Quante volte ci siamo autodefiniti, in modo ironico, “stalker”. I tempi sono quelli di Instagram, Facebook, Twitter. Tempi in cui il diritto all’oblio è solo un’espressione un po’ annacquata, talmente astratta che non ci si pensa nemmeno più. Così, quando conosciamo qualcuno, cominciamo con il cercarne i profili social. Poi si passa alle foto in cui è taggato. Fino a qui, niente di male.

È evidente però come, nel mondo virtuale, le cose si complichino facilmente. Il pericolo si chiama spesso cyberstalking, e funziona più o meno come lo stalking. Non necessariamente il cyberstalker conosce la vittima. La pesca nel mezzo di una chat room, di un forum; la aggiunge su Facebook. Comincia a scriverle messaggi, magari richiede foto, vuole un rapporto privilegiato. Induce paura, ricatta, e qualsiasi respiro il malcapitato faccia, lo osserva.

Police, Every breath you take

Qua intervengono i Police, con la classica canzone male interpretata e suonata ai matrimoni: Every breath you take. Basta soffermarsi un po’ di più sulle parole per capire che quello che dovrebbe essere amore è invece un’insistita, terrificante persecuzione, che Sting rivelò essere stata ispirata dalla trasmissione televisiva di orwelliana memoria Il grande fratello.

Every word you say
Every game you play
Every night you stay
I’ll be watching you

Ora, il web 2.0 ci mette davvero di fronte al fatto che tutto quello che inseriamo in rete, “ogni parola, ogni respiro, ogni scherzo”, possa venire ripreso o osservato. Diventare vittima di cyberstalking può essere così più facile di quanto sembri.

Questo articolo vuole essere uno spunto di riflessione, oltre che un excursus musicale. Ma la risposta alla minaccia non può venire da qui. Da qui viene solamente l’appello disperato a formarsi con l’educazione civica digitale, a utilizzare Internet in maniera consapevole, senza esitare a chiedere aiuto. Si possono stroncare relazioni virtuali, prima di tutto opponendosi ad esse.

One way or another.

A cura di

Marialuisa Miraglia


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