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Russia vs USA: le interferenze degli hacker nelle elezioni

Che la politica passi anche e soprattutto per la rete è ormai un dato di fatto, palese anche a chi meno si intende di internet. Tuttavia, ci sono dei limiti, legali e morali, entro i quali si dovrebbe agire, ma che troppo spesso vengono totalmente trascurati. Di esempi ne abbiamo già visti molti, e uno di essi si sta ripetendo, esattamente uguale a quanto avvenne quattro anni fa. Quest’anno si torna al voto negli USA e la guerra Russia vs Usa sembra essere ricominciata.

La Russia all’assalto dei social

Martedì primo settembre Facebook e Twitter hanno annunciato il ritorno del gruppo di hacker russi che nel 2016 tentarono di interferire con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Le due società sono state avvertite di questo rischio dal Federal Bureau of Investigation. L’FBI ha notato infatti la rinnovata attività di un gruppo legato al Cremlino. I membri di tale collettivo stanno infatti, utilizzando una serie di profili falsi, hanno attivato un sito costruito in modo da sembrare un giornale di sinistra per condizionare la campagna elettorale.

Precisamente, Twitter ha bloccato cinque profili poiché cercavano di manipolare gli utenti della piattaforma ed erano riconducibili a organi statali russi. I dati sono poi state inseriti nel database che il social fornisce per studiare fenomeni di questo tipo.

I risultati ottenuti da Twitter e Facebook sono eccezionali, dato che è la prima volta che i social riescono a ricevere prove sulla Internet Research Agency. Questo è il nome dell’organizzazione russa nota generalmente come “fabbrica di troll”, il cui sito si chiama “Peace Data“. Pare inoltre che la Internet Research Agency abbia assunto dei cittadini dagli Stati Uniti per produrre i contenuti da pubblicare.

Peace Data

Ciò che più intimorisce gli investigatori statunitensi è la struttura di “Peace Data”, creato per reindirizzare il traffico verso altri siti di disinformazione. I creatori del sito hanno inoltre creato profili fake da portare sui social, utilizzando la stessa tecnica usata per la produzione dei cosiddetti “deepfake“. Le identità create con i profili falsi diventano così i responsabili del sito.

Il <<New York Times>> è riuscito a contattare un creatore di contenuti che ha collaborato con “Peace Data”. L’uomo racconta che, dopo aver risposto a una proposta di lavoro online, è stato contattato dai responsabili del sito. Questi, in una e-mail, gli hanno poi chiesto di inviare alcuni articoli di prova.

Il neo-assunto aveva in precedenza criticato Joe Biden, accusandolo di non rappresentare a sufficienza i valori del Partito Democratico e non meritare perciò il voto degli elettori di sinistra. Il sito ha accettato quindi gli articoli senza fare modifiche, avviando così la collaborazione, con tanto di pagamenti elettronici regolari.

Facebook e gli hacker

A quanto risulta dai dati di Facebook, l’Internet Research Agency avrebbe creato solamente tredici profili fake e due pagine dedicate alla promozione del sito. Le pagine, nonostante la rete di contatti apparentemente scarna, potevano contare su ben 14mila follower.

Stando a quanto riferito dai social, oltretutto, i profili erano estremamente grezzi rispetto ad altri casi simili, quasi noncuranti di essere identificati.

Facebook, dopo la segnalazione dell’FBI, ha identificato, collaborando con Twitter e altri siti, gli account e le pagine collegate a “Peace Data”. L’obiettivo finale del social network è ovviamente quello di rimuovere permanentemente la rete della Internet Research Agency. Per raggiungere lo scopo, la società ha già preso contatto con quasi deucento persone che hanno avuto a che fare con l’organizzazione.

Dopo l’indagine congiunta con i social network, l’FBI ha dichiarato di aver raccolto informazioni preziose per proteggersi più efficacemente dalle minacce alla sicurezza nazionale in vista del processo di voto.

Il cambiamento dei social

In passato, molti hanno criticato i maggiori social network (anche dall’interno) poiché troppo lenti e spesso poco interessati a rimuovere contenuti di disinformazione. Un esempio è quanto avvenuto nel 2016, quando la risposta dei social è stata eccessivamente blanda e ha permesso forti influenze straniere nel voto presidenziale.

Dopo gli eventi degli anni passati, l’atteggiamento delle società tecnologiche è cambiato drasticamente, con grandi investimenti nella prevenzione.

Il nome della Internet Research Agency venne alla luce proprio dopo il voto del 2016 e confermato dalla recente conclusione di un’indagine. Questa, condotta dalla Commissione del Senato statunitense per l’Intelligence, ha accertato la responsabilità del gruppo nella campagna di disinformazione voluta per facilitare l’elezione dell’attuale presidente Donald Trump.

A cura di

Federico Villa


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