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L’odio mediatico: quando i media si comportano male

Dai media ci si aspetta serietà e imparzialità. Il giornalista, specie nel settore attualità, è considerato una figura autorevole che fornisce informazioni oggettive e sgravate di qualsiasi opinione personale.

Tuttavia, lo scenario odierno è costellato da cambiamenti culturali che influenzano anche gli organi d’informazione. Si parla per esempio della facile diffusione dell’odio come caratteristica ormai accettata nell’espressione della propria posizione. Non sono infrequenti nemmeno i casi di odio mediatico.

Odio digitale e media: l’odio mediatico

Oggi più che mai l’odio digitale è tendenzialmente incontrollabile: i cosiddetti “leoni da tastiera” si esprimono ovunque con parole aspre e piene di disprezzo. Dimenticano però che il mondo del web non è che un riflesso dell’ambiente reale in cui viviamo e che gli insulti sono perseguibili per legge anche se in rete.

L’assenza di un’educazione civica digitale che sensibilizzi gli utenti all’uso del web come luogo sociale equiparabile alla realtà rende la rete un terreno fertile per lo sfogo indiscriminato delle proprie frustrazioni. Allo stesso modo i media, forse travolti da questa tendenza negativa, si permettono talvolta di oltrepassare i confini esprimendo delle posizioni che fomentano l’odio e che predispongono il lettore al giudizio negativo su fatti e persone.

Il caso di Greta Thunberg

Un caso eclatante quanto recente vede protagonista la giovane attivista ambientalista Greta Thunberg, già oggetto di numerose critiche e diffamazioni da parte di personaggi politici autorevoli.
Andrew Bolt, editorialista scettico sul cambiamento climatico in servizio per l’Herald Sun, il secondo tabloid più diffuso in Australia, ha definito la ragazza “profondamente disturbata”. Un’uscita particolarmente di cattivo gusto, considerando che Greta è affetta dalla sindrome di Asperger. Un giudizio superfluo e inadeguato, che il giornalista ha espresso avvalendosi del suo ruolo di informatore e tralasciando il lato etico della professione. L’educazione civica digitale sarebbe allora forse una necessità anche nella sfera della professione giornalistica. Potrebbe infatti ricordare ai professionisti del settore l’importanza della deontologia del giornalismo.

Greta ha risposto con un tweet:

“E lo sono davvero “profondamente disturbata”, per il fatto che a queste campagne di odio e cospirazione è permesso di continuare all’infinito, solo perché noi bambini comunichiamo e parliamo di scienza”

L’odio mediatico in Italia

In Italia sul tema delle campagne d’odio mediatico si è espressa l’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni. A maggio 2019 è stato varato un nuovo regolamento per limitare le parole d’odio in tv e radio e sulle piattaforme social, allo scopo di contrastare la discriminazione.

Il testo è stato elaborato con la collaborazione di imprese, associazioni di settore e Ordine dei giornalisti, con un chiaro segno della volontà di diffondere un’educazione civica digitale e di farsi garanti della veridicità e della correttezza di una notizia. Il regolamento è stato accompagnato da una campagna video, in cui il gioco dello scarabeo delinea metaforicamente la mentalità dell’odiatore, che produce parole negative come “contro” e “dividere”. In ottica costruttiva, queste si trasformano invece in “incontro” e “condividere”. La campagna espone così efficacemente l’importanza dell’educazione civica digitale, che può portare maggiore consapevolezza e controllo delle tendenze all’odio, che spesso sono dettate dall’ignoranza.

Educare per rendere consapevoli

Educare per rendere consapevoli, essere consapevoli per non essere disinformati e potersi perciò muovere nel modo corretto nel mondo digitale: questa è la nuova frontiera dell’informazione, ed è confortante sapere che le istituzioni stanno prendendo a cuore la causa.

A cura di

Laura Marino


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