Culture Against Digital Hate

“Da hate speech a hope speech”: combattere l’odio digitale

Il 22 gennaio scorso si è tenuto a palazzo Marino, in piazza della Scala a Milano, l’incontro Da hate speech a hope speech: ipotesi per un percorso cittadino, riguardante in particolare la questione dell’odio digitale. All’evento, organizzato dalla presidente della Commissione per le Pari Opportunità e i Diritti Civili, Diana De Marchi, hanno collaborato varie associazioni, tra cui Vox Diritti e parole O_stili, oltre all’Università degli Studi di Milano. Il tema trattato, quello del linguaggio dell’odio che ormai imperversa soprattutto sui social, avrebbe meritato sicuramente una platea molto più vasta, se non altro per la pregnanza e l’urgenza di tale argomento.

La comunicazione digitale

A introdurre il discorso è stato l’assessore con delega ai Diritti Civili Gabriele Rabaiotti, il quale ha evidenziato innanzitutto la correlazione tra linguaggio e legami sociali e, di conseguenza, tra linguaggio e politica. È forse scontato affermare, per quanto riguarda la società contemporanea, l’importanza del ruolo assunto da un ambito specifico del linguaggio; quello della comunicazione digitale, che sta assumendo una rilevanza sempre maggiore ma i cui paradigmi sono tuttora in via di definizione.

Odio digitale: la mappa dell’intolleranza

La professoressa Marisa D’Amico e la giornalista Silvia Brena, co-fondatrici dell’associazione Vox Diritti, che ha come obiettivo principale proprio la promozione della cultura dei diritti, hanno presentato la mappa dell’intolleranza: si tratta di un progetto nato pochi anni fa che, analizzando i commenti degli italiani presenti su Twitter (social dal quale è possibile tracciare tra l’altro la provenienza geografica dei post), consente di estrarre alcuni dati riguardati appunto il linguaggio d’odio, sui quali è necessario riflettere. Secondo la mappa, l’obiettivo principale dell’odio digitale sono sempre state le donne, ma la situazione cambia se guardiamo agli ultimissimi anni. Nel 2019 la categoria delle donne viene infatti sostituita in questa “speciale classifica” da altre quali i musulmani, gli ebrei e i migranti. Le principali “città dell’odio” risultano inoltre essere Roma e Milano.

La mappa conferma dunque un’ipotesi abbozzata spesso ma non ancora sufficientemente dichiarata, ovvero la strettissima correlazione tra linguaggio istituzionale, linguaggio comune e fatti di cronaca. Analizzando più a fondo i dati, è infatti possibile notare che il picco dei commenti è contemporaneo a eventi significativi; tra questi troviamo i discorsi dell’ex ministro Salvini contro i migranti o quelli di Papa Francesco sull’accoglienza. A tutto ciò si unisce il fatto che dal 2017 sono raddoppiati nel nostro paese i crimini di razzismo (o, almeno, quelli denunciati). Per citare i più recenti, basti pensare alle offese alla senatrice Liliana Segre e alla calciatrice ex-Juventus Eniola Aluko; per non parlare dei numerosi casi in cui la violenza verbale è sfociata in violenza fisica.

Censurare l’odio?

I dati dimostrano dunque che il linguaggio non è neutro è ininfluente ma porta all’azione. Unendo questo fatto alla constatazione che i messaggi di odio vengono enfatizzati quando diffusi in gruppi di persone che condividono lo stesso stile di vita, si rende ancora più manifesto come debba considerato pericoloso un certo tipo di linguaggio, soprattutto se utilizzato sui social. Questi ultimi, infatti, ampliano in maniera esponenziale la platea delle offese, che le vittime continuano tra l’altro ad avere costantemente sotto gli occhi.

Si potrebbe dunque pensare di introdurre la censura per quanto riguarda i commenti offensivi? Il linguaggio d’odio nel nostro paese è sempre stato un tabù. La democrazia italiana, infatti, nata in strenua opposizione al fascismo, ha posto la libertà di pensiero come valore fondativo proprio per evitare che potesse verificarsi nuovamente la gravissima situazione di censura delle idee contrarie all’ideologia politica dominante, come accaduto durante la dittatura del ventennio fascista. Tuttavia, occorre ricordare che la nostra Costituzione, nata anch’essa in seguito al fascismo, nega la legittimazione dell’odio; precisamente agli articoli 2 e 3 (rispettivamente sulla tutela dei diritti fondamentali dell’individuo e sul rifiuto di ogni tipo di discriminazione). Certamente la comunicazione d’odio contribuisce a ledere il carattere democratico su cui si fonda la società italiana.

Una contronarrazione per combattere l’odio

Una possibile soluzione alternativa e più democratica rispetto alla censura è quella che viene definita dalle fondatrici di Vox Diritti una “contronarrazione”. Questa può essere definita come la scelta e la promozione di un linguaggio inclusivo, che lavori sullo spettro positivo delle emozioni. Se da una parte è infatti innegabile che il linguaggio d’odio – e quello di odio digitale in particolare – costituisca un forte strumento di manipolazione del consenso, dall’altra è altrettanto innegabile che il linguaggio positivo contribuisca a promuovere il dibattito costruttivo e di conseguenza a creare gli spazi democratici o ampliare quelli già esistenti.

Bisogna insomma passare da un linguaggio d’odio a un linguaggio di speranza, sia nella società che sui social e sui media in generale. In questo senso diventa fondamentale dunque il ruolo delle istituzioni, che dovrebbero agire sempre in maniera educativa su tutti gli strati della società, soprattutto alla luce delle problematiche specifiche rappresentate dal linguaggio digitale. Al rapidissimo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni non ha infatti fatto seguito l’acquisizione di un’adeguata consapevolezza, la quale può essere data solo tramite una corretta educazione digitale: è l’unico modo possibile per combattere la preoccupante ondata di odio, che sembra trovare nei social un terreno fertile dal quale propagarsi nuovamente all’interno della società.

 

A cura di

Daria Parenti


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  • Copertina by Accademia Civica Digitale