Odio digitale

Hate speech: le parole non sono pietre se sappiamo difenderci

Con hate speech – tradotto in italiano con “incitamento all’odio” o meglio “discorso di incitamento all’odio” – si intende una comunicazione verbale o non verbale che esprime odio e incita all’intolleranza, al pregiudizio o alla paura nei confronti di un soggetto o di un gruppo di persone. Oggetto di odio sono le categorie più vulnerabili, per ragioni quali la diversa etnia o cultura, l’orientamento sessuale o religioso, oppure una disabilità.

Si tratta di un problema sociale che esiste da sempre. Esempio per antonomasia è la teorizzazione della superiorità della razza ariana seguita dall’odio e dalla persecuzione delle minoranze. Fu proprio nel Novecento che negli Stati Uniti nacque la definizione di hate speech, e negli anni Venti sorsero i primi documenti legislativi a tutela delle minoranze.

Hate speech e social network

Negli ultimi anni il discorso ha assunto particolare rilevanza in seguito alla diffusione dei social network, che hanno incrementato l’incitazione all’odio a tal punto che i governi hanno dovuto adottare misure di contenimento e repressione per limitare le gravi conseguenze di questo fomento. Per questo è sempre più urgente un’educazione civica digitale adeguata, soprattutto per le nuove generazioni.

In rete ognuno ha la possibilità di esprimersi senza filtri attraverso l’anonimato. Spesso si crea l’illusione che il mondo virtuale sia una dimensione dove tutto è lecito, quando in realtà le conseguenze esistono. La persona lesa subisce azioni negative quali cyberbullismo, cyberstalking, odio politico o razziale, ecc. Le conseguenze possono essere depressione, isolamento, ma anche suicido o omicidio. Sia per l’hater che, perseguibile penalmente, può rischiare fino a quattro anni di reclusione.

Conseguenze giuridiche dell’hate speech

Negli ordinamenti giuridici dei paesi occidentali, l’hate speech è considerato un reato ed è sanzionato dalla legge. Questo rientra nella propaganda, istigazione o incitamento alla violenza, così come il cyberbullismo (con la legge italiana 71/2017).

Occorre inoltre ricordare che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che gli episodi di hate speech sono in contrasto con i principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Per questo motivo a Strasburgo sono stati stabiliti precisi parametri per le piattaforme online, al fine di limitare i contenuti lesivi.

La regolamentazione dell’incitamento all’odio rientra in un dibattito aperto. La perseguibilità dell’hate speech è infatti direttamente collegata alla libertà di espressione, che è un diritto fondamentale ma che può degenerare in strumento di denigrazione a sfavore delle minoranze.

Arginare il fenomeno dell’hate speech

In Europa dal 2016 alcune associazioni hanno aderito al progetto Media Against Hate, il cui obiettivo è consapevolizzare la società alla giustizia e al rispetto attraverso l’educazione civica digitale.

In Italia la prima ricerca riguardo l’incitamento all’odio ha preso il nome di L’odio non è un’opinione, realizzata dall’onlus Cospe, con l’obiettivo di formare chi si occupa di comunicazione (giornalisti e non solo) secondo l’educazione civica digitale. Il fine è quello di mantenere una linea etica comune e di supportare la denuncia verso chi supera questo confine deontologico. La ricerca Cospe ha anche evidenziato come le diverse testate giornalistiche gestiscano i commenti. «Il Fatto Quotidiano» controlla tutti i commenti prima della pubblicazione; «La Stampa» ha chiuso i commenti sul sito, mentre sui social c’è chi si occupa di fare da moderatore (scelta comune ad altre testate che si affidano a enti esterni oppure delegano l’incarico ai giornalisti stessi).

I colossi del web contro l’hate speech

Per quanto riguarda i colossi del web Google e Facebook, questi hanno affidato la stesura delle norme di utilizzo ai cosiddetti deciders, cioè “coloro che decidono”, che costituiscono un gruppo specifico. Su esortazione della Commissione europea, che nel 2016 ha emanato un Codice di condotta da seguire, ognuna delle grandi aziende ha deciso autonomamente i confini della censura. YouTube vieta esplicitamente l’hate speech; Facebook ammette solo messaggi “a fini satirici”; Twitter non vieta l’hate speech se non per gli annunci pubblicitari.

Facebook in particolare ha dichiarato di voler agire in prima linea attraverso precisi provvedimenti. Nei paesi in guerra infatti alcuni post discriminatori hanno causato l’aumento del numero di uccisioni. Nel 2018 per esempio Facebook ha rimosso tutte le pagine che negavano l’olocausto per limitare il più possibile la diffusione di fake news. Di recente, il social ha deciso di chiudere gli account di Casapound e Forza Nuova perché “accusate di diffondere odio” (con tanto di controaccusa da parte dei due partiti di estrema destra per reato di diffamazione, adducendo pertanto alla libertà di opinione).

Le campagne contro l’hate speech

I sopracitati sono solo alcuni dei provvedimenti assunti all’interno dell’UE, ma se ne contano molti altri, che tuttavia continuano a non essere sufficienti. È dunque giusto essere informati a proposito di educazione civica digitale e agire con la massima consapevolezza per fare qualcosa nel nostro piccolo.

Curioso è anche il rapporto Amnesty International, Il barometro dell’odio, contro i politici italiani che hanno usato l’hate speech durante le elezioni dello scorso 26 maggio per ottenere consensi, puntando su bersagli quali migranti, musulmani e donne.

Infine, come non citare la recente campagna #ILoveYouHater di Sprite? Attraverso i social e uno spot in tv, Sprite ha invitato a rispondere con “freschezza”, simpatia e leggerezza a chi diffonde odio, prendendo in particolare una posizione contro bullismo, pregiudizi e omofobia.

Cosa fare nel nostro piccolo

Per prima cosa potete visitare il sito e la pagina Facebook della bellissima campagna intitolata NO HATE SPEECH MOVEMENT, indetta dal Dipartimento della gioventù del Consiglio d’Europa con il Dipartimento italiano della gioventù e del Servizio Civile Nazionale, insieme a tutte le istituzioni competenti in materia. Vi potrete trovare iniziative, progetti e contenuti interessanti, prodotti dai giovani e rivolti ai giovani.

Nel nostro Paese è in continuo aumento l’odio verso il diverso. I giovani sono i principali interessati da questo fenomeno, proprio perché facenti parte della generazione digitale che tende a esprimersi attraverso il web. In particolare la campagna citata si occupa di prevenire il coinvolgimento che determinati commenti potrebbero suscitare in un giovane e spingerlo piuttosto a mobilitarsi a favore di una “democrazia digitale” attraverso il coinvolgimento di famiglie, scuole e del mondo dello sport.

Ci sono poi tecniche sviluppate negli ultimi anni proprio per arginare i contenuti di odio:

  • Non rispondere e non cedere a una provocazione: non ne vale la pena e questo spesso permette di non alimentare l’aggressività di un hater;
  • Segnalare: tutti i social hanno la particolare funzione di segnalazione di abusi o comportamenti scorretti da parte di altri utenti. L’eventuale segnalazione viene poi verificata da terzi al fine di evitare falsi positivi. Essendo le interazioni negative sul web innumerevoli, negli ultimi anni sono stati sviluppati meccanismi automatici di limitazione di contenuti (detenction) attraverso algoritmi che analizzano il linguaggio dei commenti;
  • Bannare: puoi bloccare il soggetto interessato affinché non ti disturbi più;
  • Denunciare: è possibile denunciare alla Polizia postale il responsabile di un commento lesivo.

L’atteggiamento più sbagliato può essere quello di isolarsi e non parlare con persone fidate o esperti. Queste figure potrebbero sostenerti e aiutarti a gestire razionalmente la situazione.

 

A cura di

Ginevra Braga


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