Odio digitale

Stop Hate for Profit: i brand contro Facebook

I social network e internet in generale da anni sono infestati da odiatori seriali e fake news. Se contro le notizie false possiamo diffondere contenuti di miglior qualità per tentare di correggere i risultati indesiderati, l’azione contro il cosiddetto hate speech non è così immediata. Qualcosa, però, comincia a muoversi. Mai sentito parlare di Stop Hate for Profit?

La lotta all’odio in rete

Da molto tempo singoli individui si battono in rete contro chi ne danneggia le potenzialità. Il rumore creato dall’odio, però, sovrasta (per quantità e toni) ogni tentativo. Questi utenti hanno così cominciato a raggrupparsi, cercando di organizzare la loro attività su internet. Lo scopo è sicuramente nobile, ma i risultati non sono semplici da ottenere.

Da anni si auspicavano forti prese di posizione dei colossi del mercato globale e del web, in grado di spostare con decisione l’ago della bilancia. Per troppo tempo è proseguita l’attesa ma ora, finalmente, la situazione comincia a cambiare.

Il boicottaggio di Facebook

A fine giugno alcune grandi compagnie hanno deciso di attivarsi contro la diffusione dell’odio in rete, “attaccando” il più diffuso prodotto del web: Facebook.

The North Face, Coca-Cola, Unilever, Verizon, Starbucks, Patagonia, sono alcune delle aziende che, indipendentemente, hanno deciso di boicottare il social network creato da Mark Zuckerberg. I partecipanti a questa iniziativa hanno interrotto le campagne di advertising sul social network, allo scopo di influire sui ricavi della piattaforma.

Facebook arriva a incassare 70 miliardi di dollari all’anno grazie ai ricavi derivanti dalla pubblicità. Osservando questo dato, è evidente che la società si basa proprio su questo business per mantenere i risultati a cui ci ha abituati in questi anni.

Nonostante quanto si possa pensare, solo una piccola parte dei ricavi di Facebook generati dalla pubblicità deriva da grandi multinazionali: essi corrispondono a circa un quarto del totale. Il restante 75% degli introiti proviene da piccoli investitori che tuttavia difficilmente si uniranno alla campagna di boicottaggio.

Stop Hate for Profit

Le aziende che hanno intrapreso questa iniziativa non hanno agito casualmente, ma legandosi alla campagna Stop Hate for Profit. Il movimento è stato lanciato a giugno da alcuni gruppi di militanti e avvocati, con il supporto della società alle spalle del browser Mozilla.

Il gruppo chiede a coloro che svolgono campagne pubblicitarie di interrompere queste attività per fare pressioni sui social network. Lo scopo è quello di portare i social a adottare linee guida più ferree per quanto riguarda l’odio in rete e la discriminazione razziale.

In base a quanto dichiarato da Jonathan Greenblatt, CEO della Anti-Defamation League, la sua associazione aveva più volte chiesto a Facebook di rivedere i propri principi, senza ottenere però risultati soddisfacenti. Questa campagna di massa, sostenuta da utenti e clienti della piattaforma, è quindi l’estremo tentativo di cambiare le cose.

Secondo i fondatori del movimento molte altre compagnie si uniranno allo sforzo: previsione supportata dalla crescita della lista di partecipanti, consultabile sul sito dell’iniziativa.

Le colpe di Facebook

Ciò che viene rinfacciato al social network è il rifiuto di segnalare come inaffidabili alcune fonti di notizie (tra cui la famigerata «Breitbart News»), la diffusione di materiale legato agli ambienti dei suprematismo bianco, neo-nazismo e negazionismo della Shoah.

Facebook è inoltre la piattaforma in cui la maggior parte degli utenti si imbattono in odio, aggressioni verbali e intimidazioni.

La compagnia di Zuckerberg sfigura, inoltre, a causa dei recenti cambiamenti compiuti da Twitter, tra i quali l’etichettare i post di Donald Trump come fuorvianti. Nonostante le richieste degli scienziati, gli scioperi organizzati dai dipendenti e le critiche mosse da attivisti per i diritti civili, nulla è però cambiato.

Come sostenere Stop Hate for Profit

Sul sito della campagna si trovano le indicazioni per supportare l’iniziativa. Nel caso in cui un’azienda sia interessata, viene chiesto di compilare un modulo per entrare in contatto con un membro del movimento. Un disclaimer spiega inoltre che la richiesta di supporto è rivolta principalmente ad attività commerciali, poiché le attività no-profit hanno necessità di pubblicizzarsi per mantenersi in funzione, così come le campagne elettorali (specialmente se volte alla giustizia razziale).

Nel caso in cui un cliente voglia supportare l’iniziativa, le possibilità sono due, entrambe semplicissime. La prima consiste in un breve modulo da compilare per firmare una petizione rivolta a Facebook, facendo sentire la voce degli utenti. L’altra possibilità è condividere il messaggio della campagna: si può usare il link al sito stesso, l’hashtag #StopHateforProfit o una dichiarazione pubblicata al lancio dell’iniziativa sul «The LA Times».

 

A cura di

Federico Villa


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