L’incendio dell’Amazzonia: tra fake news e verità

Settembre 2019: l’Amazzonia brucia. Lunghe settimane di incendi, una protesta social e tante donazioni per il polmone del mondo.
Una notizia che ha fatto scalpore per la capacità da parte delle istituzioni brasiliane di nascondere la reale situazione della foresta. Complici il sovranismo di Bolsonaro e la scarsa applicazione e indipendenza dei media.

Amazzonia e fake news: la diffusione della notizia

A lanciare la news dell’incendio è in prima istanza l’imprenditore ambientalista Nick Rose. Su Twitter, Rose ha incalzato:

Terrificante pensare che la foresta Amazzonica, la più grande foresta pluviale del pianeta, che produce il 20 per cento dell’ossigeno della Terra, fondamentalmente il polmone del mondo, stia bruciando da 16 giorni consecutivi con letteralmente NESSUNA copertura da parte dei media! Perché? Chi gestisce la pagina delle Nazioni Unite? Influencers? Dove siete quando serve davvero?

Nel giro di pochi minuti, questo grido di battaglia prende la forma di un #PrayforAmazonas che raggiunge la pole position nelle tendenze del mondo social. Si aggiungono al movimento celebrità del calibro di Leonardo di Caprio, Brad Pitt, Rihanna, Zendaya, Naomi Campbell.

Tuttavia la protesta trova l’opposizione del Presidente Bolsonaro, che dà il via a una lotta mediatica che presenta come basata sullo smascheramento di fake news. La massiccia quantità di immagini datate accostate alla situazione attuale della foresta ha infatti fornito a Bolsonaro la possibilità di avviare un’azione di debunking al contrario.

L’incendio dell’Amazzonia e il debunking di Bolsonaro

Cosa si intende per debunking al contrario?
Bolsonaro è presidente del Brasile da gennaio. La sua politica sovranista promuove il disboscamento dell’Amazzonia. Il suo controllo e la sua azione economica e politica di disboscamento sono celate dai media e da ogni canale di comunicazione. Tuttavia la fuga di notizie di questo incendio nasce da un mix di disinformazione e informazione.

La protesta e le preghiere social sono state accompagnate da numerose fotografie datate, legate anche a situazioni e Paesi diversi. A smascherare le bufale delle immagini sono i siti di fact-checking brasiliani Agência Lupa e Aos Fatos, che hanno analizzato le fotografie e dimostrato quanto siano lontane dalla situazione attuale. Le foto finite nel mirino del debunking sono state due in particolare:

  • La prima foto rappresenta una prateria che brucia, divorata dal fumo e dalle fiamme. Questo scatto è entrato anche nella Instagram gallery di Cristiano Ronaldo, inconsapevole, come la maggior parte degli utenti, del fatto che in realtà l’immagine risale al 27 marzo 2013, realizzata dal fotografo brasiliano Lauro Alves alla stazione ecologica di Taim, a sud del Rio Grande, zona distante dalla foresta amazzonica.
  • La seconda foto ritrae una scimmia che tiene in braccio un cucciolo apparentemente morto, diventata virale su Facebook. Lo scatto è in realtà realizzato dal fotografo Avinash Lodhi nel 2017 in India. Il cucciolo, inoltre, non sarebbe in fin di vita, ma soltanto privo di sensi, come spiegato dallo stesso reporter alla testata britannica Telegraph nel maggio 2017.

A causa di immagini come queste, la credibilità della notizia e della protesta stessa è stata messa in discussione. Le fake news hanno così portato l’opinione pubblica a non credere alla gravità della situazione.

Il ruolo della fake news nel caso Amazzonia

Nel caso specifico dell’incendio amazzonico, più che di fake news, si può parlare di fake photo, oppure di errata associazione delle fonti alla notizia. Questo fenomeno ha mutato secondo dinamiche complesse la natura dell’evento catastrofico. Nonostante la notizia sia reale, documentata con fotografie e video e confermata dalle istituzioni, l’errata associazione ha fatto sì che la notizia in sé si trasformasse in fake news agli occhi dell’opinione pubblica.

Ponendo l’attenzione sulla diffusione della notizie, è anche possibile notare una somiglianza con la normale dinamica delle fake news:

  1. Collegamento ingannevole e contenuto manipolato: le immagini differiscono dal contenuto della notizia reale. Anzi, sono state selezionate immagini diverse, non legate alla situazione della foresta Amazzonica.
  2. Contenuto fuorviante e contesto ingannevole: nonostante il contenuto della notizia sia vero, le informazioni che circolano intorno ad essa sono contestualmente false. Per esempio, non è vero che la foresta Amazzonica produce il 20% dell’ossigeno della terra, e non è vero che si tratta del primo incendio che devasta l’Amazzonia. Durante la presidenza Bolsonaro, si sono registrati numerosi incendi da gennaio 2019, che hanno dimezzato l’habitat del polmone della terra.

Combattere la misinformation con la verità e il giornalismo etico

Purtroppo le azioni di debunking hanno permesso a Bolsonaro di contrattaccare chi si batte e chi cerca risposte su una situazione mondiale di gravità irreparabile. Le fake news che si sono susseguite con la verità hanno minato la credibilità della notizia stessa, rendendola schiava della misinformation.

Tuttavia, la realtà è nota a tutti, e il #PrayforAmazonas resiste e sostiene la causa ecologica, attraverso donazioni, informazione e condivisione del reale stato della foresta. Quando la verità esiste ed è testimoniabile, nessuna fake news può distorcerla o nasconderla.

 

A cura di

Lidia La Rocca


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