Southworking, smart working e futuro del lavoro

La pandemia da coronavirus che ha colpito il mondo negli ultimi mesi ha cambiato molte persone, le loro abitudini e possibilità economiche. Il nesso tra usi, costumi ed economia è fortemente intrecciato da sempre. E anche in questa situazione di difficoltà stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione culturale, quella del lavoro a distanza, il cosiddetto smart working. Volendo approfondire, alcuni ragazzi palermitani si sono spinti oltre, parlando di “South Working

Il southworking

Con questo neologismo, i giovani del Palermo Hub di Global Shapers si riferiscono al fenomeno innescato dalla pandemia per cui studenti e lavoratori fuorisede sono tornati al Sud. Queste persone si sono ritrovate, dopo la fine della quarantena, con la possibilità di lavorare dai loro appartamenti. Come un gran numero di italiani, certo, e non solo. Studiare e lavorare da fuorisede, tuttavia, richiede spese non indifferenti. A partire dal costo dell’affitto, passando per il costo della vita, la permanenza al Nord trattiene fette importanti dagli stipendi dei lavoratori. Allo stesso modo, la famiglia di uno studente deve dedicare somme importanti per garantire al figlio la possibilità di studiare in un ateneo del Nord.

Vedendo come la situazione fatichi a sbloccarsi, con molte aziende che ormai favoriscono lo smart working, numerosi hanno deciso di tornare alla propria terra d’origine, potendo lavorare allo stesso modo. Finché questa condizione rimarrà invariata, un gran numero di studenti e lavoratori che prima affollavano le città del Nord, rimarranno a vivere nelle città meridionali. Questa nuova situazione porta a un’interessante possibilità di crescita alle regioni del Sud, con maggiori capitali disponibili grazie al ritorno dei lavoratori.

Il progetto dei ragazzi del Palermo Hub è fondato sullo studio di questa nuova realtà sociale ed economica. Obiettivo è cercare di capirne fino in fondo i vantaggi che può portare. Oltre a questo, la no-profit si occupa di sostenere i lavoratori che vogliano accedere a questa modalità di telelavoro, oltre a cercare di formulare alcune linee guida per questo tipo di attività. Lo scopo finale è stimolare l’economia nel Meridione, allentando il divario tra le regioni italiane ed europee, oltre a rendere il Sud attrattivo per l’innovazione e portare conseguente crescita.

Il lavoro a distanza come occasione…

Il South Working si pone come un caso particolare di smartworking, modalità di lavoro utilizzata (sistematicamente) da alcune aziende già da tempo. Il numero di aziende che concedevano ai dipendenti tale possibilità era tuttavia limitato, spesso associato ad organizzazioni virtuose, attente alla necessità dei propri dipendenti.

La situazione di emergenza sviluppatasi in questi mesi, tuttavia, ha costretto molti datori di lavoro ad attrezzarsi in tempi record per dare la possibilità ai dipendenti di lavorare nonostante il lockdown. Anche con la fine della cosiddetta “Fase 2”, molte aziende hanno deciso di mantenere questa scelta. A volte viene offerta al dipendente la possibilità di decidere se tornare in ufficio o meno.

Questa nuova modalità di lavoro ha soddisfatto molti lavoratori. Questi ritengono un traguardo a lungo atteso la possibilità di gestire più autonomamente le proprie giornate. Vantaggi ancor più evidenti sono poi quelli dei pendolari, che spesso impiegano ore per recarsi sul luogo di lavoro. Si rimuove inoltre lo stress dovuto all’utilizzo di mezzi pubblici non sempre efficienti o quello generato da lunghe permanenze nel traffico.

ma anche come rischio!

Come al solito, non è tutto oro quel che luccica. Di fronte a evidenti vantaggi del telelavoro, infatti, si sono presto palesati i rischi per le zone normalmente frequentate dai dipendenti che ora lavorano da casa.

I primi ad annunciare la crescente difficoltà sono stati i gestori di bar e ristoranti, che si sono visti senza i clienti che normalmente affollavano i loro locali per pranzi, colazioni o aperitivi dopo l’orario lavorativo. Il problema è ancora più evidente nelle zone universitarie, dove gli studenti rappresentano sia buona parte dei clienti che, molto spesso, dipendenti di questi locali. Nonostante molte attività stiano cercando di trovare soluzioni, cercando di innovare, le difficoltà sono lontane dall’essere risolte.

Come emerso da un dibattito al Festival dell’Economia tra il direttore Tito Boeri e l’economista Enrico Moretti, è poi da considerare che i buoni indicatori di produttività sono basati su progetti nati prima dell’arrivo del coronavirus. Bisognerà aspettare per vedere quanto l’allontanamento dall’ambiente cittadino, ricco di stimoli, possa danneggiare la creatività dei dipendenti.

Ciò che sembra più verosimile, in definitiva, è un equilibrio tra telelavoro e presenza in sede, così da garantire nuove occasioni di crescita economica e vantaggi ai dipendenti, limando però i rischi del lavoro a distanza.

 

A cura di

Federico Villa


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