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Guerra ibrida: troll e fake news contro le democrazie

Cos’è la guerra ibrida

Il termine guerra ibrida, derivato dall’inglese hybrid warfare, indica una “strategia militare, caratterizzata da grande flessibilità, che unisce la guerra convenzionale, la guerra irregolare e la guerra fatta di azioni di attacco e sabotaggio cibernetico”. Ciò che rende questo approccio estremamente innovativo è il tipo di attacchi informatici che vengono condotti. Infatti non si parla più di semplice spionaggio o azioni di disturbo, come siamo stati abituati a vedere fino a pochi anni fa. Le strategie messe in atto in questi anni possono più facilmente essere interpretate come un’evoluzione delle novecentesche manovre di destabilizzazione e propaganda.

Il primo caso di guerra ibrida

Uno dei primi, chiari, esempi di guerra ibrida che il mondo abbia conosciuto è quello dell’invasione russa in Ucraina, nel 2014. Oltre al costante impiego di forze mercenarie e truppe rese irriconoscibili per via delle mostrine oscurate (i cosiddetti “omini verdi”), la strategia militare russa si è fondata sul massiccio utilizzo della disinformazione per manipolare l’opinione pubblica.

Come la guerra asimmetrica rivoluzionò le teorie di tattica militare dopo l’11 settembre, allo stesso modo l’intervento russo in Crimea non ha dato tempo ai governi occidentali di capire a pieno la portata dell’attacco. Esemplare in questo senso è stato il referendum per l’indipendenza della Crimea. Oltre alla manipolazione mediatica attuata nel periodo precedente, secondo molti le votazioni stesse sono state irregolari. Unione Europea, USA e altri settantuno paesi appartenenti all’ONU oggi non ritengono valido il risultato, e accusano la Russia di violare il diritto internazionale e la costituzione ucraina. Questi primi esperimenti russi, tuttavia, si sono trasformati per arrivare a tattiche molto meno evidenti ma senza dubbio pericolose per la tenuta delle democrazie occidentali.

Troll e democrazie

L’approccio puramente militare è stato abbandonato, ma l’azione russa si è spinta oltre l’Ucraina, estendendosi su tutta l’Europa come mai prima d’ora. L’utilizzo dei social network è diventato la principale arma, seppur accompagnata dall’attività della stampa collegata direttamente al Cremlino. Obiettivo primario sui social network è quello di creare falsi movimenti di massa, così da far apparire l’opinione pubblica più divisa di quanto realmente sia, deviando il dibattito pubblico.

Questa attività viene portata avanti principalmente da bot, grazie anche al progredire di queste tecnologie negli ultimi anni. Un esempio di questo tipo di attacchi è l’attività di numerosi profili fake che cominciarono nel maggio 2018 ad aggredire Sergio Mattarella; ciò avvenne in seguito alla mancata nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia, per i quali si è da subito seguita la pista russa.

Attività di disturbo simili si sono verificate anche in alti paesi occidentali, in particolare durante le elezioni, come in Italia o nel Regno Unito (per quanto riguarda il referendum per la scelta sulla Brexit). Il caso senza dubbio più noto è quello dell’ingerenza russa durante le elezioni americane del 2016. Interferirono non solo con le attività di troll sui social, ma anche con vero e proprio spionaggio, come il caso delle e-mail sottratte alla candidata democratica Hillary Clinton. L’attività russa si è spinta anche per altri canali; esempi sono i contatti tra Gianluca Savoini e imprenditori russi, sotto indagine in quanto ritenuti veicolo di finanziamenti illeciti alla Lega.

I dati personali al servizio dei bot

Per poter avanzare attacchi informatici di questo tipo, e influenzare efficacemente il proprio target, gli attori di queste nuove guerre silenziose devono avere solide basi di dati su cui poter elaborare una strategia più precisa. Lo studio dei social network, piattaforme su cui si può operare con margini di libertà legali più ampi, si rende estremamente necessario nel momento in cui ci si trovi a dover identificare le potenziali vittime della manipolazione messa in atto. La necessità di fornire servizi di questo tipo ha portato velocemente alla nascita di società che si occupano di profilazione degli utenti a scopi illegali, quale l’influenza di paesi stranieri nelle campagne elettorali.

La più nota di queste società è senza dubbio Cambridge Analytica, coinvolta in uno scandalo che portò alla luce attività illecite. La società acquistava (o elaborava) asset di profili presenti sui social network. Il metodo con cui venivano ottenuti questi dati era tuttavia una violazione delle norme di Facebook, piattaforma su cui si concentrava principalmente la società guidata da Alexander Nix. Secondo alcune inchieste, sia istituzionali che giornalistiche, i dati di Cambridge Analytica vennero sfruttati nelle ultime elezioni americane. Essi permisero di manipolare l’opinione pubblica, garantendo un’efficienza nel disturbo della campagna elettorale inimmaginabile fino a pochi anni fa.

Conclusioni

Mentre le istituzioni si attrezzano, con gravi ritardi, per tutelarsi da simili attacchi, una prima barriera possono rappresentarla i social network, che devono dimostrare ancora una volta di poter reagire alle nuove sfide del web, proteggendo i propri utenti e la società in cui si muovono. Per quanto riguarda gli utenti stessi, ovviamente, la raccomandazione è quella di ricordare sempre che i propri dati sono pubblici; non sempre il loro utilizzo sarà limitato a pubblicità mirate di innocui prodotti commerciali.

 

A cura di

Federico Villa


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